50) Vattimo-Rovatti. Dalla ragione-dominio al pensiero debole.
I due filosofi avvertono che questa proposta non vuol essere una
nuova filosofia. Con l'espressione pensiero debole si vuole
indicare un movimento dalla ragione-dominio, propria della
metafisica con tutte le sue sicurezze, verso una zona d'ombra del
pensiero dove non vi sono pi queste sicurezze.
G. Vattimo e P. Rovatti, Premessa a Il pensiero debole (vedi
manuale pagina 176).
La debolezza del pensiero nei confronti del mondo, e dunque anche
della societ,  probabilmente solo un aspetto della impasse in
cui il pensiero si  venuto a trovare alla fine della sua
avventura metafisica. Ci che conta adesso  ripensare il senso di
quella avventura ed esplorare le vie per andare oltre: appunto,
attraverso la negazione - non anzitutto a livello di rapporti
sociali, ma a livello di contenuti e modi del pensare stesso - dei
tratti metafisici del pensiero, prima fra tutti la "forza" che
esso ha sempre creduto di doversi attribuire in nome del suo
accesso privilegiato all'essere come fondamento.
Ma con tutto ci non si dice molto per una caratterizzazione
"positiva" del pensiero debole. L'espressione funziona anzitutto
"debolmente", se cos si pu dire, come uno slogan polivalente e
volutamente dai confini non segnati, ma che fornisce
un'indicazione: la razionalit deve, al proprio interno,
depotenziarsi, cedere terreno, non aver timore di indietreggiare
verso la supposta zona d'ombra, non restare paralizzata dalla
perdita del riferimento luminoso, unico e stabile, cartesiano.
"Pensiero debole"  allora certamente una metafora, e in certo
modo un paradosso. Non potr comunque diventare la sigla di
qualche nuova filosofia. E' un modo di dire provvisorio, forse
anche contraddittorio. Ma segna un percorso, indica un senso di
percorrenza:  una via che si biforca rispetto alla ragione-
dominio comunque ritradotta e camuffata dalla quale, tuttavia,
sappiamo che un congedo definitivo  altrettanto impossibile. Una
via che dovr continuare a biforcarsi.
Si inizia, forse, con una perdita o, se si vuole dire cos, con
una rinuncia. Ma gi fin dall'inizio si pu scoprire che essa 
anche l'allontanamento da un obbligo, la rimozione di un ostacolo.
O meglio,  l'assunzione di un atteggiamento: il tentare di
disporsi in un'etica della debolezza, non semplice, assai pi
costosa, meno rassicurante. Un equilibrio difficile tra la
contemplazione inabissante del negativo e la cancellazione di ogni
origine, la ritraduzione di tutto nelle pratiche, nei "giochi",
nelle tecniche localmente valide.
G. Vattimo e P. Rovatti, Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano,
1987 5, pagine 10-11.
